“Sindrome Italia, nella clinica delle nostre badanti”. Lettera aperta a Francesco Battistini, Corriere della Sera

di Ingrid Beatrice COMAN-PRODAN, scrittrice

Ho letto il Suo articolo “Sindrome Italia, nella clinica delle nostre badanti” (pubblicato il 7 aprile 2019).Trovo salutare che un giornalista italiano accenda i riflettori su una realtà così triste e nascosta agli occhi dei più come quella delle condizioni disumane in cui lavorano le badanti in Italia.

La ringrazio anche di avermi coinvolta con la Sua gentile intervista telefonica, del resto molto apprezzata, cordiale e professionale. Leggendo però il suo articolo mi è venuto un nodo alla gola e mi sono sentita sopraffatta da un senso di tristezza e di ingiustizia: come essere umano con le radici proprio nella terra di cui Lei parla, che mi ha dato la vita e la forza di andare avanti onorando le mie origini, di cui vado proprio fiera; come cittadina di quel paese tante volte trascinato nel fango senza colpa, se non quella di dover sopravvivere nella giungla infernale di politiche e politicanti di turno; come scrittrice a cui è stato concesso il privilegio di scrivere in romeno e in italiano, due lingue che amo ugualmente e che sono ormai tessute profondamente nell’intreccio della mia anima, spesso toccando temi delicati e dolenti come quello in questione.

Il suo lavoro, Signor Battistini, è lodevole e Le siamo tutti grati. Ma forse non è abbastanza. Non quando le cose vengono mistificate e presentate attraverso una lente fuorviante. Occorre maggiore sensibilità e si deve stare attenti a non ferire ulteriormente quell’umanità su cui posa lo sguardo e ne ritrae la storia.

Non si tratta di avere torto o ragione. Cosa ce ne facciamo poi? È questione di rispetto e gratitudine verso i posti che ci hanno ospitato e attenzione alla sensibilità degli esseri umani su cui la nostra penna si sofferma.

Le scrivo questa lettera, affinchè magari la prossima volta posi lo sguardo in modo più attento e più compassionevole sulla realtà che La circonda. A Lei e soprattutto ai Suoi lettori, qualche piccolo chiarimento, per amore della verità che dovrebbe accompagnare il nostro lavoro sempre e ovunque, perché sa, in quel momento Lei presta lo sguardo al lettore e, in un certo senso, all’umanità stessa, in modo che vedano attraverso le sue parole ciò che Dio non ha concesso loro di guardare con i propri occhi.

Per cominciare, Lei non è arrivato “nella regione più povera dell’Ue”, come Lei stesso si esprime, in groppa a un mulo, bensì su un aereo vero e proprio, atterrato in uno degli aeroporti più vecchi della Romania, da poco ristrutturato e allargato, che solo nel mese di marzo, quando Lei viaggiava, ha registrato oltre 95 mila passeggeri. Vi operano quattro compagnie aeree che coprono ventitre destinazioni, 20 di cui internazionali. Da Iaşi si può prendere un aereo diretto verso Parigi, Barcellona, Londra, Roma, Torino, Milano (Bergamo), Venezia, Catania, Bologna, Bruxelles e altre destinazioni nel mondo.

La regione che Lei rappresenta attraverso foto di quattro panni stesi ad asciugare in qualche sperduta campagna è una della città di cui la Romania va fiera, dove la cultura incontra la spiritualità, custode di meravigliosi monumenti e tradizioni, di castelli appartenuti ai principi romeni, impregnati di storia, veri e propri capolavori di architettura. Iaşi dai setti colli, proprio come Roma, non è la periferia squallida dell’Europa moderna, come Lei suggerisce con immagini fuorvianti. Iaşi è una città elegante e graziosa, ospitale e generosa. Dalla natura all’architettura, è un posto che ti resta nel cuore. Capitale della Moldavia e, in due momenti cruciali della storia, anche della Romania, la città ha dato al patrimonio nazionale e internazionale degli inestimabili valori materiali e spirituali e ha scritto pagine gloriose nella storia della Romania, che rimarranno per sempre nella coscienza del popolo romeno. Notevole centro universitario, conta oltre 60.000 studenti ogni anno nelle 5 università statali e 3 università private.

Lei parla della “Iaşi delle cento chiese”. Mi chiedo se ha avuto modo e tempo di visitarne almeno una. La prenda con calma, perché non solo vi troverà le cento e più chiese promesse, dalla grande Cattedrale (Mitropolia) fino ala più piccola e graziosa chiesetta di quartiere, ognuna carica di storia e preghiera, ma la città stessa è circondata da una trentina di monasteri unici per bellezza e memoria storica e spirituale, alcuni di loro costruiti da principi e voivodi che hanno fatto la storia e costruito il mondo come lo conosciamo oggi. Solo per nominarne una, la chiesa “Trei Ierarhi” è patrimonio UNESCO, insieme a numerose altre chiese e monasteri della Moldavia. Forse ricorderà, o magari no, che nella classifica dei “Sette teatri che tolgono il fiato”, realizzata dalla BBC British Television, nel 2015, Teatrul Naţional “Vasile Alecsandri” occupava il secondo posto, dopo il Bristol Hippodrome Theatre of Great Britain. Tra i classificati, ci sono anche: il Teatro Olimpico (Vicenza), il Teatro La Fenice (Venezia), Palais Gariner (Parigi), Globe Theatre (Londra), War Memorial Opera House (San Francisco).

Iaşi non è una città povera, ma una città impoverita. Dalla storia, a volte ingiusta, che l’ha vista capitale nei momenti più duri della storia romena, quando Iaşi fece il suo dovere con dignità, mettendo sul piatto più di quanto possedeva, persino pezzi della propria anima, per salvare il destino della Romania e dei suoi rè, debiti che non Le furono mai pagati. Impoverita dai suoi abitanti migliori, che spesso si vedono costretti a cercare fortuna altrove, e non solo badanti, ma anche medici, insegnanti, musicisti, scrittori, attori, tecnici o semplicemente sognatori. Impoverita da signori come Lei, purtroppo, che spendono del tempo in un posto così unico e meraviglioso e ne portano a casa da raccontare il peggio, lo squallore, la povertà quasi come vizio, il vuoto e l’abbandono. Sarebbe come giudicare Milano da una foto scattata sulla tangenziale di notte, per indicare alle famiglie dove andare a fare il picnic di giorno. Trovo ingiusto giudicare una città dai suoi angoli più squallidi. Lei non scrive nulla di università, biblioteche (la biblioteca dell’Università Tecnica Gheorghe Asachi di Iaşi è stata dichiarata la prima al mondo come bellezza, seguita dalla Biblioteca Regale Portoghese di Rio de Janeiro, Il Collegio Trinity di Dublino, Biblioteca Nazionale di Praga e Biblioteca Nazionale di Parigi), cattedrali, monasteri, teatri, musei, scuole di prestigio e parchi secolari, ma descrive “le sale scommesse e locali di striptease”, come se queste non fossero una triste realtà in tutte le città del mondo, passando così, ingiustamente ed erroneamente, il messaggio che la Romania sia un posto di donne facili e bambini affamati e puzzolenti, che crescono come cani randagi alla rinfusa per le strade, mentre le loro madri vanno a pulire i sederi degli anziani altrui e si dimenticano di tornare. Tutti clichè superficiali, tristi e anche un po’ datati.

Gli orfani bianchi non sono soltanto il risultato delle badanti che lavorano in Italia, ma il prodotto triste di una società portata sempre più alla disumanizzazione delle persone, trasformate in meri numeri.

Molti di loro hanno dignità da venderci. Sono rispettosi dei propri genitori, della vita, del lavoro duro e del denaro guadagnato onestamente. E le loro madri non spariscono, cambiando scheda telefonica, per non farsi più trovare. Questa è un’affermazione tendenziosa e ingiusta. Una generalizzazione umiliante e non veritiera. Lavorare all’estero non rende una madre snaturata e irresponsabile per definizione. Lei avrà incontrato dei casi isolati, nesuno lo nega, ma dobbiamo guardare la foresta nel suo insieme, e non giudicarla dall’ultimo albero abbattuto.

I bambini di Iasi, tra l’altro, molti di loro con i genitori partiti per lavoro all’estero, madri e padri, alcuni proprio figli di badanti, sono noti per le medaglie vinte alle olimpiadi nazionali e internazionali di Scienze, Scienze della Terra, Filosofia, Matematica, Chimica, Fisica, Biologia, Geografia, Astronomia. Le madri tornano eccome, il più delle volte, tornano e danno un senso al loro sacrificio, tenendo insieme la famiglia e mandando i figli a studiare, così magari riusciranno a guarire le nostre ferite di domani.

Aproposito, Botoşani non è un villaggio, come non lo è la Lombardia, ma una regione che conta oltre 400.000 abitanti. Eminescu non è un “poeta locale”. Sarebbe come dire che Leopardi è un poeta locale di Recanati. Eminescu è il nostro poeta nazionale, la cui poesia ci viene passata con il latte delle nostre madri e che fa venire brividi e un tonfo al cuore ad ogni romeno in ogni parte del mondo.

E, visto che lo cita, per amor’ del cielo, lo faccia con rispetto e precisione:

Non è: “Mi am un singur dor/ în linistea serii/ sa ma lasati sa mor”, ma precisamente: “Mai am un singur dor:

În liniştea serii

Să mă lăsaţi să mor

La marginea mării”.

La lingua romena, come la lingua italiana, come tutte le lingue, ha la sua dignità che un uomo di cultura come Lei non dovrebbe negarle.

Per la cronaca, anche Botoşani è una città piena di università, chiese, monasteri, palazzi, biblioteche, collegi e musei. Mi dispiace, non ho fatto in tempo ad informarmi sui club di striptease.

Ora noi non pretendiamo che Lei parli la nostra lingua. Per Sua fortuna noi parliamo la Sua. Ma che la rispetti, questo sì, come noi rispettiamo ciò che di buono il Suo popolo ci ha dato.

Non pretendiamo che Lei conosca la storia di Iaşi o Botoşani. Nemmeno che sappia dove si trovano sulla piantina o che siano storiche regioni o sempici “paeselli”. Del resto può non nominarle affatto. Ma se lo fa, se decide di includerle nei Suoi scritti, renda loro almeno giustizia.

Non mi stancherò mai di ribadire quanta responsabilità ci sia nella penna di chi scrive. Prestiamo i nostri occhi per vedere.

Il nostro cuore per sentire.

Lasciamo allora che la verità guidi la nostra penna. È un atto di giustizia, a volte l’unico ancora possibile, verso gli altri e anche verso noi stessi.

FOTO. Il Palazzo della Cultura è uno degli edifici più grandi e imponenti della città di Iasi.

„Sindromul Italia în clinica badantelor noastre”