MESSICO: LA BATTAGLIA DI LUCY

La speranza di chi non si arrende alla guerra dei narcos e sfida il silenzio dei media

narcoLa fondatrice de El Blog del Narco ha rivelato la sua identità al The Guardian in un’intervista telefonica.

“Cambio casa ogni mese e scappo di continuo, ma non mollo, questa guerra ci ha rubato la vita e i sogni”.

 

Minacce, sequestri, torture, decapitazioni:  violenze perpetuate dai cartelli della droga messicani e documentate da uno dei siti più visitati nel paese. Era il 2 marzo 2010 quando la diciassettenne Lucy (nome di fantasia per proteggere la sua identità) fonda il blog con un suo compagno, mossi dalla rabbia “contro le autorità e i media, che si erano dimenticati della loro principale responsabilità,  tenere informato il pubblico.” Tramite articoli, foto e video raccontano cosa accade in questa  terra martoriata.

Tutte le attività sono svolte nel più assoluto anonimato.  Perchè se qui informi, muori. L’informazione è paralizzata, i giovani giornalisti descrivono chiaramente la loro condizione: “Siamo i primi corrispondenti di guerra nel nostro Paese”. Il Messico è in cima alla classifica dei paesi in cui è più difficile fare informazione insieme a Iraq, Siria, Libia, Pakistan e Somalia.

Nel settembre 2011 due collaboratori del blog sono stati torturati e impiccati ad un ponte nello Stato di Tamaulipas. Accanto ai loro corpi, un messaggio: “Questo è quello che succede agli spioni di internet. E’ meglio se fate attenzione. Sto per venirvi a prendere.” La firma una Z, quella dei Los Zetas, uno dei più sanguinari cartelli della droga. Fondato da Heriberto Lazcano Lazcano detto “El Lazca” (catturato lo scorso ottobre dai marines messicani) e formato da ex militari dei corpi speciali, dispone di un armamento moderno e letale. Ha stabilito controlli ferrei sulla stampa.: “minacciano di morte i reporter, li sequestrano e colpiscono,  dispongono di operatori dell’informazione infiltrati nelle redazioni per controllare i giornali dall’interno”, così afferma lo scrittore Josè Gil Olmos.

A differenza della mafia nostrana, queste gang  fanno di tutto per non vivere nell’ombra: seminano il terrore per ottenere il rispetto e il timore della popolazione inerme.  Hanno invaso la vita quotidiana delle persone con estorsioni, delinquenza, massacri di massa, sequestri e omicidi. Come sottolinea Marcela Turati “la narcoviolenza ha alterato i nostri costumi più intimi, provocato onde di panico e colonizzato il nostro linguaggio, aggiungendo parole che spiegano fenomeni barbari per i quali non avevamo un vocabolario. C’è per esempio la parola “encajuelado” (lett. “inbagagliato”, che si riferisce a chi viene trovato morto nel bagaglio dell’auto), “levantado” (lett. “sollevato”, preso a forza da un auto e scomparso), “desintegrado”(dissolto nell’acido).”  Non è una guerra tra narcos, è una guerra civile che coinvolge tutti.  Sua principale alleata  è la corruzione dilagante, politici e poliziotti collusi sono il suo braccio destro.  Basti pensare alla storia dei prigionieri che di notte uscivano dal carcere per commettere massacri, muniti di armi e veicoli forniti dai custodi e dalla direttrice e che a mezzanotte rientravano nelle loro celle.  Lucy afferma di aver ricevuto minacce sia dai cartelli che dal governo e quelle più dure “arrivavano da molto in alto.”

Inizialmente si riteneva che il Blog del Narco fosse il portavoce delle gang, in realtà il materiale che viene pubblicato proviene da comuni cittadini, poliziotti e spesso dagli stessi narcotrafficanti. Lucy non si schiera, pubblica i messaggi dei narcos perchè: “è quello che succede. E’ quella la verità, che piaccia o meno alla gente.”

Il 5 maggio Lucy riceve la chiamata di un collega: “Corri.” Questo termine doveva essere usato tra loro solo in caso di eccezionale pericolo. Fugge in Spagna e perde ogni contatto con lui.

Racconta di vivere nel terrore. Hanno pensato “migliaia di volte” di chiudere il blog “Ma non l’abbiamo fatto, perchè abbiamo un messaggio da dare. Ci hanno rubato la nostra tranquillità, i nostri sogni, la nostra pace.”

Il blog ha tre milioni di visitatori a settimana, da questa esperienza Lucy ne ha tratto un libro, disponibile su Amazon in lingua spagnola ed inglese: Dying for the Truth: undercover inside Mexico’s violent drug war. “L’ho fatto per mostrare quanto succede. Quando l’ho finito ho potuto respirare perchè avevo paura che m’ammazzassero prima, ma il libro è qui su carta, come testamento di ciò che soffriamo in Messico.”

Nel 2006 il presidente Calderon ha dichiarato guerra al narcotraffico trasformando il paese in un campo di battaglia. I risultati lasciano a desiderare. La droga diretta negli Stati Uniti è aumentata invece di calare: gli Usa rappresentano il 5% della popolazione mondiale ma consumano il 25% della droga che gira nel mondo. Sono state  46.500 le vittime. Oltre 20.000 gli scomparsi di cui 1.200 bambini al di sotto degli 11 anni.  50.000 bambini sono rimasti orfani. La maggior parte dei morti sono giovani tra i 12 e i 18 anni. Questi ultimi sono i più esposti al reclutamento del crimine: di fronte alla povertà e all’ingiustizia sociale di una realtà che non offre loro futuro, le gang regalano denaro, una “collocazione sociale”, un surrogato della famiglia, afferma  Renato Forte.

Tra le tenebre del dolore brilla però una flebile luce, quella di chi come Lucy non si arrende a tanta disperazione e miseria:  è la luce che brilla negli occhi dei ragazzi delle “colonias”. Si tratta di centri sociali in cui i giovani vengono a parlare, fare musica, teatro e sport. “Le loro canzoni parlano di poliziotti che fanno estorsioni, che incarcerano senza motivo, esercitano il loro potere sui più deboli ed emarginati, ma anche di amore, discriminazione, povertà e devastazione dell’ambiente” dice Renato Forte.

Una luce che,  Adriana Rossi dice “(…) E’  esposta al rischio di spegnimento se non sapremo aiutarla, sapendo che il problema del Messico non è il problema del Messico, ma un problema che riguarda l’America Latina, il Nord America e l’Europa”.

Monica Maggi